Cortiglione

La bricula

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Associazione culturale La bricula

La bricula è un'Associazione creata da un gruppo di amici di Cortiglione, grazioso paese in provincia di Asti, per accudire il locale Museo delle contadinerie, fondato da Romeo Becuti, e per pubblicare il Giornalino registrato sotto lo stesso nome. Bricula è il termine dialettale locale per indicare l'antico attrezzo utilizzato per attingere l'acqua dai pozzi, di cui un esemplare, costruito da Bruno Campora, è fotografato sulla copertina del Giornalino. Questo nome è stato scelto dai fondatori a significare la volontà di riportare in evidenza i costumi, le espressioni linguistiche, i vecchi mestieri, i personaggi scomparsi, le tecniche usate in passato. Su La bricula si raccontano tutte queste cose, attingendole dal pozzo dei ricordi, per tramandarle a chi verrà dopo di noi.

Più specificamente l’Associazione, aconfessionale, apolitica, apartitica e senza fini di lucro, persegue le seguenti finalità:

a) diffondere le tradizioni contadine e artigianali del territorio;

b) raccogliere, conservare e restaurare nell’attuale Museo tutti gli attrezzi, mezzi, oggetti, opere e quanto altro è stato usato o realizzato dagli appartenenti alla Comunità;

c) promuovere particolarmente i collegamenti con la storia, la cultura e le tradizioni popolari;

d) coinvolgere nelle iniziative tutti gli appartenenti alla Comunità;

e) curare la realizzazione di pubblicazioni, dibattiti, spettacoli, concorsi e mostre; promuovere e valorizzare la raccolta di libri e testi di autori locali e/o concernenti il territorio.


Il nuovo Statuto de La bricula, modificato e adeguato alla normativa vigente, è stato ratificato dai soci fondatori riuniti in assemblea straordinaria il 24/09/2020. Esso recita in particolare “[…] È costituita conformemente alla Carta Costituzionale, al Codice Civile e al D. Lgs. n. 117 del 3 luglio 2017 ‘Codice del terzo Settore e ss. l’Associazione di Volontariato LA BRICULA Museo di Agricoltura, Arti e Mestieri Cortiglionesi a Memoria d’uomo ODV.”
Chi vuole associarsi, con il versamento della quota annuale (40 euro), verrà iscritto nel Libro dei soci, parteciperà alle assemblee e sosterrà le iniziative dell’associazione. Potrà far parte di gruppi di volontari che si organizzeranno per realizzare progetti di utilità sociale e culturale, riceverà gratuitamente La bricula e le monografie e beneficerà di prezzi di favore per altre edizioni che avranno il sostegno o la compartecipazione dell’associazione.
Chi non desidera impegnarsi come socio potrà abbonarsi al Giornalino di Cortiglione La bricula alle stesse condizioni attuali (20 euro).

PER ADERIRE

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Quota associativa annuale
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Chi non desidera associarsi ma ricevere il Giornalino può versare, entro il 31 marzo di ogni anno, sul conto corrente postale 85220754, intestato a Associazione La bricula, Cortiglione (AT) 20 euro quale contributo alla stampa.
Ricordiamo che numero di conto corrente postale e tipologia delle quote sono riportati a pag. 2 di tutti i numeri de La bricula.


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80 ANNI DI RESISTENZA

La ricorrenza degli 80 anni dal 25 aprile 1945 è stata ricordata a Cortiglione con una toccante cerimonia organizzata a cura dell’Amministrazione comunale. Alla presenza del Sindaco Gilio Brondolo e del Luogotenente Davide Freda della stazione Carabinieri di Incisa Scapaccino il Gruppo Alpini ha deposto una corona al monumento dei caduti con la benedizione del reverendo don Claudio Montanaro. Quest’ultimo ha tenuto un breve intervento rammentando quanto a suo tempo ammoniva Piero Calamandrei a proposito di difesa della democrazia e della libertà riconquistata con la cacciata dell’invasore nazista e la caduta della dittatura fascista. È seguito quindi un più ampio discorso di Gilio Brondolo anch’egli teso a ricordare il sacrificio dei giovani caduti nella lotta in difesa dei valori che hanno poi portato alla nostra Costituzione e alla democrazia che tuttora vige nel nostro Paese.
Cortiglione ha partecipato attivamente alla Resistenza subendo angherie, rastrellamenti, deportazioni e vittime da parte delle forze nazifasciste finalmente sconfitte 80 anni fa. Ricordiamo in particolare due caduti: Gino Marino e Claudio Cornara. Il primo freddato da una scarica di mitra nel tentativo di sfuggire alla cattura di fascisti repubblichini, il secondo brutalmente finito con un colpo di pistola nella strada principale del paese. Al primo è dedicata una targa commemorativa e un cippo a Vinchio, mentre Cornara è ricordato con una targa sul luogo dove è stato ucciso.

Il Sindaco ha poi invitato i numerosi presenti alla cerimonia di intitolazione di una via del paese alla “messaggera” partigiana Elsa Rosa Massimelli, nome di battaglia Fiamma, che ha condotto la sua Resistenza come staffetta instancabile. La sua attività in quegli anni dolorosi è raccontata nel libro La storia di Fiamma*.

Una via… partigiana

L’Amministrazione municipale ha voluto intitolare una via di Cortiglione alla partigiana Fiamma, anche perché nessuna strada del paese porta il nome di una donna, come purtroppo avviene in molte città e villaggi d’Italia. Esiste addirittura una Associazione, Toponomastica femminile, che rivendica proprio questa carenza; una sua rappresentante, la dottoressa Giovanna Cristina Gado è stata ben lieta di fare da madrina per l’intitolazione della via intervenendo in prima persona. Ha quindi tagliato il nastro di apertura della via intitolata a Elsa Massimelli, dopo aver illustrato le finalità della Associazione che promuove l’intitolazione di strade a donne meritevoli in tutta Italia.
A conclusione della mattinata è stato offerto dal Comune a tutti i presenti un rinfresco organizzato dalla Proloco.
*Elsa Rosa Massimelli Scaliti, La storia di Fiamma messaggera partigiana - Il volume può essere richiesto a Gilio Brondolo, sindaco del Comune di Cortiglione



MINISTORIA DELL’ENERGIA FOSSILE

Sergio Grea

Premessa
L’estate scorsa un Centro Culturale mi ha chiesto di parlare in 90 minuti della storia dell’energia fossile. Ho risposto che occorrerebbero 90 giorni e forse non basterebbero, comunque l’ho fatto. Sono rimasti soddisfatti e altri Centri e Biblioteche mi hanno chiesto di farlo anche per loro. Ho fatto ricorso alla mia tesi di laurea del lontano 1960 (1858-1958: Il secolo del petrolio) riassumendola in pillole e aggiungendo alcuni fatti salienti degli anni successivi. È quello che farò anche in questa ministoria. Se mi è consentito un accenno personale, alla mia tesi di oltre 500 pagine devo una buona parte di quello che sono riuscito a combinare nella mia vita di lavoro. Vinse il primo premio nazionale per la miglior tesi in Economia sponsorizzato da una primaria impresa energetica e da lì cominciò tutto il resto.
Di seguito l’essenziale di una storia affascinante e cruciale per il mondo.

1 L’America scopre il petrolio
Titusville, autunno 1854. Un villaggio del New Hampshire come tanti in America, un liquido nerastro e vischioso che affiora nei terreni di una fattoria. Un medico, il dr Francis B. Brewer, incuriosito ne porta un barattolo all’avvocato George Bissel. I due vanno insieme a parlarne al prof. Silliman che insegna chimica all’Università di Yale. Silliman sa che gli indiani Seneca lo usano per rendere impermeabili le piroghe e che in quella fattoria viene usato per illuminare le case. Sa che i grandi viaggiatori dei secoli passati hanno descritto le alte fiamme che salivano al cielo dalla penisola di Apschern sul Mar Caspio, attribuite dal popolo alla volontà divina e rese sacre nei templi al dio del fuoco Ahouramadza. Sa anche che in America con l’intensificarsi delle attività industriali la domanda di grasso per lubrificare gli ingranaggi sta crescendo, che il grasso viene estratto dal lardo che però costa caro e non dà buoni risultati. I tre si muovono. Trovano un socio disposto a rischiare, John Evelett. Costituiscono la Pennsylvania Rock Oil Company of New York e comprano la fattoria di Titusville. Intanto è arrivato l’aprile 1895 e il prof. Silliman ha completato l’analisi del campione ottenendone la composizione chimica e la separazione della materia solida da quella liquida, inoltre ne ha estratto una rudimentale paraffina da cui ricava un ottimo lubrificante.
I quattro trovano un quinto socio, il banchiere James Townsend, che però intuisce presto l’enorme scoperta che si cela nel rapporto di Silliman, pianta in asso gli altri quattro e fonda la Seneca Oil Company, la prima compagnia petrolifera nella storia dell’umanità. Townsend ingaggia Edwin Drake, un ex macchinista delle ferrovie, lo nomina agente generale della società e lo invia a Titusville con il compito di trovare il modo per fare affiorare il petrolio in superficie. Drake, uomo intelligente e spericolato che guadagna ora l’enormità di 1000 dollari l’anno, si getta anima e corpo nel progetto e appronta in tempi record tutto ciò che occorre affinché quel liquido nero, che tra qualche anno diventerà ‘the black gold’, l’oro nero, venga fuori. È lui tra l’altro che inventa le famose torri del petrolio, i ‘derrick’, che presto trasformeranno l’aspetto delle grandi pianure americane.
Nessuno può immaginare che sta per arrivare una rivoluzione che muterà tutto nel giro di pochi decenni, dall’illuminazione ai trasporti, dall’industria pesante e leggera a quella farmaceutica. Un impatto che mai l’umanità ha conosciuto prima e che sarà determinante per generazioni a venire. Una svolta a 360 gradi, nel bene e, come sempre succede all’uomo e come vedremo, anche nel male. Ogni rosa ha le sue spine.
Il giorno che cambierà il mondo è il 27 agosto 1859. A Titusville, da uno dei derrick profondo venti metri di Drake, il primo getto di petrolio scaturisce improvviso e s’impenna verso il cielo. A getti come quello seguiranno infiniti altri. Si scatenerà la corsa all’oro nero che renderà miliardari contadini, avventurieri, uomini d’affari, re e sceicchi, ma che rovinerà moltissimi altri. Nasceranno fortune enormi e altre, molte e molte di più, saranno distrutte. Sarà sconvolto l’equilibrio geopolitico del mondo e le grandi potenze si batteranno per arrivare prime nella corsa verso l’Eldorado.
Intanto, quasi ignari di quanto sta succedendo in America, in Germania ci sono due giovani ricercatori. Fanno esperimenti e sono ritenuti degli utopisti.

2 USA potenza energetica. John D. Rockefeller
Sulle prime e a insaputa uno dell’altro, i due giovani ricercatori tedeschi hanno lo stesso scopo: trovare una fonte di calore alternativa al carbone e un motore che la trasformi in energia. Ci riescono. Si chiamano Sigfried Marcus e Carl Benz. Poco dopo in Germania si aggiungerà a loro Rudolf Diesel. È nato il motore a scoppio.
Intanto in America è finita la Guerra Civile, l’industria galoppa alla ricerca di nuove idee e di finanziatori. Dal 1875 in avanti sorgono i Carnegie, i Westinghouse e i Vanderbilt: audaci, sbrigativi e aggressivi, faranno miliardi in breve tempo. Li farà anche un quarto, John D. Rockefeller, un giovane e affabile agente di commercio che guardando un camion che arranca lentamente carico com’è di barili di petrolio ha l’intuizione della vita. C’è chi trova il petrolio, c’è chi lo consuma, non c’è in mezzo chi lo trasporta in grande quantità, velocemente e a prezzi abbordabili. Lui s’inventa gli oleodotti e grazie al prestito di una banca tramuta la nascente e ancora zoppicante industria del petrolio in un’organizzazione strutturata e efficiente. Chi trova il petrolio deve rivolgersi ai primi oleodotti di Rockefeller se vuole svuotare in fretta i serbatoi per fare posto al nuovo greggio che sta arrivando. Lo stesso deve fare chi lo mette in commercio perché l’industria deve rispondere a un mercato che ha urgente bisogno di sempre più energia. La battaglia del tempo è vincente, e chi vince ‘takes it all’, prende tutto.
Quando altri lo capiscono è tardi in quanto Rockefeller ha in mano la rete USA degli oleodotti. Con lui si corre e si guadagna, senza di lui si fatica e si chiude. Diventa miliardario da un anno all’altro, anche perché nel frattempo grazie ai tre giovani tedeschi è nata l’industria dell’automobile che affascina e travolge prima l’America e poi il mondo intero. Nasce così il quinto stramiliardario, Henry Ford, l’uomo col cilindro che diceva ‘per le mie auto chiedete tutti i colori che volete basta che sia il nero’.
Intanto Rockefeller ha comperato giacimenti e costruito raffinerie in mezza America, inoltre ha modellato la sua Standard Oil Company nella mitica sequenza ricerca-raffinazione-trasporto che resterà invincibile fino all’arrivo di qualcuno che vedremo più avanti. Rockefeller è un uomo d’affari lungimirante e illuminato, sa essere sia inflessibile che generoso e si circonda di persone fidate che ricompensa a mani colme. Inevitabile però che attiri su di sé invidie e soprattutto rancori: le famiglie americane l’acciaio di Carnegie non lo comperano ogni settimana, ma la benzina e il diesel e l’olio per le lampade sì. Il governo non può ignorare la reazione dell’opinione pubblica e apre una lunga e feroce battaglia legale contro Rockefeller in base dello Sherman Act del 1890 che combatte le concentrazioni di potere.
Il grande magnate è sconfitto e nel 1892 è costretto a sciogliere il suo Standard Oil Trust e a riorganizzare il suo impero. Subisce altri processi, come quello del 1907 a Chicago che lo condanna a una multa stratosferica più tardi annullata, poi nel 1911 la Corte Suprema vince la battaglia definitiva e Rockefeller deve frammentare la Standard Oil Company in 33 società separate che non potranno pagare dividendi alla casa madre. Tuttavia la potenza del nome Standard Oil è ormai inarrestabile perché l’America ha un’impazzita sete di petrolio difficile da arginare con le carte bollate. Il successo delle automobili Ford e il conforto delle case riscaldate e delle strade illuminate è un risultato al quale nessuno rinuncia più, ma senza la Standard Oil tutto questo rischia di scomparire perché le altre compagnie sorte nel frattempo nella sua scia - Pure Oil, Gulf Oil, Phillips, Siclair e Texas Company - non sono ancora all’altezza del compito.
Rockefeller si ritira a vita privata ma la sua Standard Oil risorge dalle ceneri e in breve tutto ritorna come prima: ‘businnes is businnes’. Il petrolio della Pennsylvania torna a dare energia e ricchezza al Paese, gli altri produttori stanno ancora annaspando. Il sogno americano nel segno di Rockefeller e Ford può farsi ancora più grande. Ci sono lavoro e l’ebbrezza di una nuova vita in una sorta di ubriacatura collettiva.
Tutto a posto allora? No, per niente. Perché l’America in quegli anni convulsi guarda soltanto a sé stessa, si stordisce nella sua nuova opulenza, ritiene che niente e nessuno potrà fermarla nel suo produrre e consumare all’infinito. Non si domanda per quanto tempo i giacimenti della Pennsylvania potranno reggere uno sfruttamento così intenso (nel frattempo qualche nuovo giacimento è stato scoperto in Texas ma sono briciole di fronte alla sete di petrolio che ha ormai preso tutti). Neppure si chiede se ci possa essere petrolio anche fuori dagli USA, o se nel mondo ci sia qualcuno che sta osservando molto attentamente quello che succede in America e intanto prepara in silenzio le sue contromosse.
Mentre John Archbold, l’uomo che ha sostituito Rockefeller alla guida della Standard Oil Company, che nel mondo sarà poi nota col nome Esso, dichiara alla stampa d’essere ‘pronto a bere tutto il petrolio che fosse estratto al di fuori della Pennsylvania’, c’è dall’altra parte della Terra qualcuno che di petrolio non ha una goccia. Che prevede per il suo Paese la perdita del predominio sui mari perché le sue navi vanno ancora a carbone e diventeranno obsolete visto che il potere calorifico dell’oro nero è vincente. Che immagina che col petrolio gli aerei non soltanto sostituiranno mongolfiere e dirigibili ma voleranno per molte ore senza fare scali. Le notti di quest’uomo, a differenza di quelle degli americani che dormono tra due guanciali, sono un crescendo d’ insonnie.

3 Il risveglio dell’Inghilterra. Henry Deterding e Marcus Samuel
L’uomo delle notti insonni è Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato della Marina britannica. È lui che ben presto suonerà le campane a martello per svegliare gli inglesi dal pericolo petrolio e USA. Sarà abile, tenace, incrollabile nelle sue convinzioni, e anche fortunato. Iniziamo dalla fortuna. Sul finire del 1800 un giovane olandese, Henry Deterding, vince un concorso e viene inviato da una banca di Amsterdam a dirigere una filiale nelle Indie Olandesi. Qui incontra il connazionale Augusto Kessler che in attesa di fare fortuna ha fondato nelle Isole della Sonda la Royal Dutch Company. I due diventano soci. Kessler però muore poco dopo a Genova lasciando al giovane socio il suo 50% della Compagnia. Deterding che conosce la storia di Rockefeller e del petrolio americano, lascia la banca e ottiene a Sumatra la sua prima concessione di perforazione e ricerca petrolifera. Trova subito il primo giacimento, in pochi mesi ne ha a decine e i barili del suo petrolio si accumulano perché non sa come trasportarli sulla terra ferma. Incontra un giovane inglese, Marcus Samuel, che a Sumatra possiede delle vecchie barche che affitta ai pescatori di perle per trasportare le loro conchiglie. L’accordo è presto trovato, Deterding trova il petrolio e Samuel lo trasporta. È il 1897, i due diventano soci e i loro barili affluiscono sempre più numerosi sulle banchine dell’Indonesia. Molto presto la loro attività si estende ben al di là delle Indie Orientali, e intanto la loro Compagnia, 60% Deterding 40% Samuel, si struttura come la Standard Oil introducendo però con le parole di Deterding un’innovazione che farà tutta la differenza: ‘Noi non concentreremo le ricerche in un solo territorio ma chiederemo concessioni in ogni Paese che si trovi in una posizione geografica favorevole’.
Intanto la loro Compagnia è stata ribattezzata Royal Dutch Shell Transport and Trading, oggi conosciuta come Shell, che non a caso è conchiglia in inglese. Qual è a questo punto la buona fortuna di Churchill? È che Marcus Samuel è inglese, quindi lo è pure il 40% della Shell mentre il 60% è olandese. Tuttavia Churchill non vive sugli allori ma si affaccenda di suo. Ispirato da Deterding e dal mantra ‘ricerche ovunque’ invia i suoi agenti in mezzo mondo (uno è il colonnello Lawrence Townsend, più noto come Lawrence d’Arabia) e in particolare in Medio Oriente dove alla fine l’Inghilterra trova il suo Eldorado. Lawrence fa la sua parte nell’accattivarsi l’amicizia degli arabi aiutandoli a liberarsi del dominio turco e Churchill suggella il tutto. Acquista una piccola compagnia di ricerche turca, la trasforma in Anglo Persian Oil Company e dà vita a quella che tramite gli accordi con la Persia dello Scià Reza Palawi diventerà presto la British Petroleum, oggi BP.
Mentre tutto questo accade, in America vengono a galla quasi di colpo parecchi allarmanti novità. Il boom delle auto di Ford ha in pochi anni consumato l’80% delle riserve di petrolio della Pennsylvania. La lotta spietata tra i piccoli produttori ha provocato il fallimento dei più deboli e quindi la Standard Oil/Esso impera a piacimento. La Esso non ha ancora praticamente messo il naso fuori dagli USA mentre l’Inghilterra tramite Shell e BP sta allargandosi nel mondo a macchia d’olio. L’America che non ha un Churchill annaspa e adesso ha paura.
Le navi inglesi che ora navigano a nafta surclasseranno quella USA e il loro carbone. Insomma, gli americani si stanno svegliando ma un po’ tardi. Questi battibecchi ufficiali del 1921 rivelano l’atmosfera dell’epoca. Washington: ‘Occorrono misure d’urgenza per impedire ad alcuni governi stranieri d’escludere gli USA dai giacimenti mondiali di petrolio’. Londra: ‘L’America sarà obbligata a pagarci a suon di dollari il petrolio che non potrà più estrarre dai suoi pozzi esauriti. Siamo barricati contro un attacco americano. Si sono svegliati tardi’. Washington: ‘Londra agisce deliberatamente per colpire gli USA’.
E gli altri Paesi? Che fanno nel frattempo Russia, Germania e Francia? E resto del mondo? E l’Italia?

4 Francia, Russia, Germania, Medio Oriente e Resto del Mondo
La Francia.
Scopre tardi di non avere petrolio per le sue industrie. Si affida a una pletora di piccoli operatori che di petrolio non sanno niente e che non pensano al paese ma alle proprie tasche. Poi il Trattato di Pace di Versailles del 1919 le consente di partecipare alla spartizione dei possedimenti in Romania e Mesopotamia della Germania sconfitta, lì il petrolio c’è ma la Francia non sa come estrarlo. Conclude allora nel 1920 un accordo con l’Inghilterra per cui sarà una compagnia paritetica a sfruttare i primi francesi. Ma a Parigi non piace che la conduzione strategica e tecnica sia tutta inglese e mugugnano, intanto gli USA li irridono per essersi fatti mettere nel sacco da Londra. Il mugugno continua fino a quando l’orgoglio gallico, dopo avere imparato tutto sul petrolio, costituirà la sua Compagnie Française des Pétroles, oggi Total, che farà le sue prime esperienze a Mosul in Iraq.
La Russia.
Sulla penisola di Apscheron sul Mar Caspio funziona da tempo a Baku, oggi Azerbajian, una rudimentale raffineria che appartiene in gran parte ai fratelli Nobel, quelli del Premio. Il petrolio raffinato viene poi trasportato lungo il Volga, niente di paragonabile agli oleodotti di Rockefeller ma sufficiente per lo scarso consumo locale. Arriva poi la rivoluzione di Lenin e succede un finimondo che si conclude con la rivolta dell’Azerbajian contro i bolscevichi e con USA e Inghilterra alla finestra. Nell’aprile 1920 gli azzeri sono sconfitti dal georgiano Joseph Vissarionovic Giugashvili che più tardi si farà chiamare Stalin. Subito dopo si aprono aspre trattative sul petrolio del Caspio tra i bolscevichi di Lenin, i Nobel e gli USA che alla fine acquistano con la Esso il 50% dei Nobel.
Mosca reagisce chiedendo all’Inghilterra di cedere in cambio di una quota di Baku le moderne tecnologie Shell che Mosca non ha, ma la proposta è rifiutata. Ci sarà poi a Genova, aprile 1922, una conferenza tra la Russia e le potenze occidentali ma niente nuovi accordi, tranne quello con cui i Nobel, la Esso e la Shell si impegnano a non aprire in futuro altre negoziazioni con Mosca. Questo accordo dura poco perché Mosca è brava nel ‘divide et impera’ e nel creare dissidio, quindi si litiga, presto ognuno si ritiene libero di fare quello che gli va e il petrolio russo scompare per qualche tempo dal mercato mondiale.
La Germania.
C’è ben poco da dire, di petrolio non ne ha e con il Trattato di Pace di Versailles ha perso quel poco che ricavava in Romania e Mesopotamia - da notare che il giacimento di Mosul è ancora oggi uno dei più produttivi. Crea più avanti una compagnia statale di sola distribuzione nazionale, la Aral, ma è obbligata a importare tutto il petrolio che le occorre.
Resto del mondo.
Si sono affacciati sul petrolio nuovi venuti, in particolare il Messico e il Venezuela, più tardi la Nigeria e l’Egitto e con la fine dei regimi coloniali molte ex colonie: Algeria, Libia, Tunisia, Marocco e altre ancora. Le nuove tecnologie portano più tardi alla ricerca ‘offshore’ nelle grandi profondità oceaniche che cambierà ulteriormente gli scenari e che vedremo più avanti.
Il Medio Oriente.
Alla vigilia della II guerra mondiale è caratterizzato da quattro fattori che lo dominano ancora oggi: i suoi enormi giacimenti di petrolio e gas naturale, la posizione geografica al centro tra i grandi Paesi industriali di Occidente e Oriente, il nazionalismo arabo, lo Stato di Israele. Tutto quanto occorre per non avere mai pace. Ma qui ci occupiamo di energie fossili e a quelle restiamo. Intorno al 1940 la mappa dei grandi paesi produttori medio orientali è grosso modo quella che segue. L’Iran dello Shah Reza Pavlavi è saldamente alleato con Inghilterra e USA. L’Arabia Saudita di Ibn Saud lo è tramite l’Aramco con gli USA che dopo il lungo sonno iniziale hanno capito che il petrolio ‘è ovunque lo si cerca’ e non solo in Pennsylvania. In Iraq c’è la Iraq Petroleum Company che è per 3/4 è in mano anglo-americana e per 1/4 francese (l’ex Mosul tedesco). Gli Emirati - Kuwait, Qatar, Oman e Bahrein a quel tempo non ancora importanti come lo sono oggi - sono più o meno divisi tra Inghilterra e USA. Il meccanismo economico per tutti quanti è quello definito 50/50: gli Stati concedono alle Compagnie concessioni di ricerca e sfruttamento contro il pagamento di diritti, le famose royalties, pari al 50% del valore del greggio estratto; gli Stati restano proprietari delle riserve dei giacimenti non ancora sfruttati. Il trasporto a quel tempo avviene via mare attraverso il Canale di Suez, lo Stretto di Hormuz nel Golfo Persico e i rari e primissimi oleodotti. E ben presto, dopo l’ormai vicina II guerra mondiale, alle storiche cosiddette 7 sorelle (Shell, BP, Esso, Mobil, Socony, Gulf, Texas Oil) si aggiungeranno altri operatori tra i quali alcuni Stati che diverranno produttori diretti. Tra loro ci sarà anche l’italiana ENI, il primo vero passo del nostro Paese verso un mercato per definizione internazionale.

5 L’Italia e l’energia fossile dopo il 1945
Tranne poche e coraggiose piccole compagnie, una per tutte la PIR di Ravenna che opera in Romania, da decenni l’Italia parla di petrolio ma di fatto e colpevolmente se ne disinteressa. Ospita, soprattutto a Genova per via del suo porto, le sedi delle grandi compagne straniere che importano greggio, lo raffinano e distribuiscono i loro prodotti. Non fanno estrazione perché non c’è niente da estrarre. Nel 1926 il governo fascista costituisce l’AGIP ma solo per questioni di bandiera. Mussolini conclude accordi di collaborazione petrolifera con Russia e Iraq che finiscono prima ancora che si asciughi l’inchiostro con cui sono stati firmati.
La guerra dell’ASSE non può che finire male perché Germania Italia e Giappone di petrolio non ne hanno mentre USA e Inghilterra ne sono stracolmi. A guerra finita il primo governo della nuova Italia repubblicana decreta la liquidazione dell’AGIP. La ricostruzione della nostra economia richiede grandi industrie che competano nel mondo non più col carbone ma con l’alto potere calorifico del petrolio? Bene, continueremo a importarlo come sempre abbiamo fatto, questo si dice. La liquidazione dell’AGIP viene affidata a un esponente della guerra di liberazione, l’on. Enrico Mattei, il cui padre a suo tempo ha arrestato il bandito Musolino. Mattei ha 45 anni ed è un marchigiano carismatico, abile, determinato e ambizioso. Ha buoni motivi per pensare che questo incarico può dargli il potere, ma ne ha di migliori al pensiero che se anziché liquidare l’AGIP la rivitalizzasse potrebbe raggiungere due obiettivi insperati: portare l’Italia ai grandi tavoli che contano nel mondo dell’energia e diventare l’italiano del petrolio. Ha la fortuna dalla sua perché proprio in quei giorni diventano produttivi nella Pianura Padana i primi due piccoli giacimenti italiani, gas naturale a Caviaga e petrolio a Cortemaggiore.
L’euforia è alle stelle, c’è petrolio anche nel sottosuolo italiano, tutto può cambiare! Mattei è veloce e bravo nel cercare appoggi politici per potenziare l’AGIP e a chi gli rimprovera di corteggiare la politica risponde che per lui i partiti sono dei taxi, ci sale quando ne ha bisogno, ne scende quando non gli servono più. Intanto anche le grandi compagnie straniere vogliono ora negoziare concessioni di ricerca in Italia, e poco importa se gli esperti dicono che Caviaga e Cortemaggiore sono solo due lampi nel buio. Enrico Mattei vince la sua battaglia, non solo l’AGIP non è chiusa ma nel 1953 viene creato l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) con lui presidente.
Enrico Mattei è un ciclone. Inaugura una dopo l’altra bellissime e costose stazioni di servizio. S’inventa ‘Supercortemaggiore, la potente benzina italiana’ e poco importa se è una goccia nel mare. Gira il mondo per cercare accordi e li trova. Ai Paesi produttori offre il 25/75 in luogo del 50/50, cioè del petrolio estratto solo il 25 all’ENI e il 75 a loro. Promuove la Legge Petrolifera alla quale gli stranieri che vogliono concessioni di ricerca in Itala devono sottostare. Siede ai grandi tavoli dell’energia ai quali l’Italia non ha mai avuto accesso e negozia con quei colossi mondiali che finora l’Italia ha visto solo in fotografia. Insomma, ‘il petroliere senza petrolio’ come viene definito proprio a quei tavoli si fa valere e porta ovunque il nome dell’ENI e l’immagine del cane a sei zampe dell’AGIP. È un suo grande successo personale che si riflette anche sull’immagine del nostro Paese, che però di fatto quanto a petrolio e gas naturale, al di là di altri sporadici successi qua là, ne ha poco o niente.
Mattei ovviamente non è ben visto dalla concorrenza internazionale alla quale quel 25/75 che ha rotto il mercato non va giù. Forse è visto ancora peggio dalla mafia italiana: quando nel 1962 s’infervora in una piazza di Sicilia promettendo lavoro per tutti per un pozzo di gas trovato nei dintorni, forse lo ascoltano menti attente che già vedono la loro manodopera pagata in nero correre alla corte di Mattei. Voci e solo voci, naturalmente, sia le prime che le seconde. Resta il fatto che il 27 ottobre 1962 il piccolo aereo sul quale Mattei vola dalla Sicilia a Milano cade nel corso di una tempesta a Bascapè vicino a Pavia. Muoiono lui, il pilota e un giornalista americano. Le lunghissime indagini diranno incidente. Le voci diranno altre cose ma di più non si sa. Finisce così la vita di un uomo di grande carisma e visione, tuttora controverso ma che in Italia ha lasciato il segno. Quando oggi la politica italiana parla di Piano Mattei si riferisce in sostanza al suo ‘collaboriamo con loro e aiutiamoli a casa loro’.

6 L’energia fossile: alcuni fatti degli ultimi 70 anni
Ogni giorno accendiamo la luce e il gas, la TVe la radio, i cellulari e i pc. Usiamo mezzi di trasporto e acquistiamo prodotti. Strade e piazze sono bene illuminati e con telecamere. Tutto ciò, i prodotti in primis, richiede consumo d’energia, e l’energia poi presenta il conto. Nelle bollette per il cittadino e le imprese, nel bilancio pubblico per lo Stato che poi lo recupera attraverso le tasse. Ecco perché i fatti che seguono e che possono apparire lontani dalla nostra quotidianità e magari noiosi, sono invece cruciali perché hanno avuto, hanno e avranno un grande impatto su tutti noi.

1956. La guerra di Suez voluta da Nasser e dal mondo arabo porta a una lunga chiusura del Canale, da qui la nascita dei grandi oleodotti internazionali per sottrarsi a futuri ricatti che allungano i percorsi marittimi e portano alle stelle il petrolio. Ma se si evita un ricatto si cade in un altro, quello dei Paesi che gli oleodotti li posseggono. Vedi guerra della Russia all’Ucraina e il ricatto al mondo di Putin e della sua Gazprom.
1956. La tentata nazionalizzazione del petrolio iraniano voluta da Mossadeq è lo spunto all’ondata dei grandi cambiamenti in arrivo. Le multinazionali dell’energia vengono estromesse per legge dai giacimenti e nascono le NOCS, le compagnie statali del petrolio. Non posseggono ancora la tecnologia che occorre ma se la procurano attraverso le Compagnie occidentali che obtorto collo gliela forniscono.
1960. Nasce a Bagdad l’OPEC, l’associazione delle NOCS dei Paesi produttori di petrolio. I soci sono Iraq, Iran, Arabia Saudita, Kuwait, Venezuela cui presto si aggiungono Russia, Messico, Nigeria, Emirati Arabi e altri. Nel giro di un paio d’anni si capovolge la situazione delle riserve petrolifere mondiali: prima controllate in buona parte dalla Compagnie private, ora passate per il 93% alle NOCS. È un evento epocale. Molti esultano, sono finalmente finiti i grandi monopoli privati. Altri invece vedono il rischio che le NOCS e l’OPEC diventino una potente strumento nelle mani dei Paesi produttori attraverso il ricatto politico. Cosa che avverrà, vedi sopra a proposito di Russia e Gazprom.

LE NUOVE TECNOLOGIE
Portano un enorme e rapido progresso nella ricerca dei giacimenti estendendola al mare e agli oceani attraverso piattaforme marine che possono individuarli anche alla profondità di molte miglia e poi estrarlo. Le piattaforme hanno una vita media di 20-30 anni ma sono costosissime e molti Paesi devono ricorrere ancora alle compagnie private. Lo fa la Russia, che per la ricerca e lo sfruttamento dei suoi enormi giacimenti nella penisola di Kamciatcha deve ancora ricorrere a Shell ed Esso, lo fanno altri. Il petrolio diventa ‘the big oil game’, il grande gioco miliardario. Le quantità di nuove riserve d’energia fossile salgono a livelli prima inimmaginabili. L’adozione a livello mondiale del gas naturale, ora trovato in grande quantità nel profondo dei mari, impatta sia sulla grande industria che nel giornaliero delle nostre case, oltretutto è una tipologia d’industria fossile più pulita. Cambia anche il mondo del trasporto marittimo con le grandi gasiere che attraversano gli oceani, e quello del trasporto via terra in quanto proliferano i gasdotti. Paesi afflitti da sempre dallo zero petrolio come l’Inghilterra ne diventano esportatori grazie alle sue nuove piattaforme nel Mare del Nord. Olanda e Norvegia vedono la loro economia esplodere sempre grazie al Mare del Nord. La stessa cosa accade un po’ ovunque nel mondo. Purtroppo, molto molto meno in Italia. IL FRACKING
Scoperta in USA, è la più recente forma d’esplorazione ed estrazione sottomarina. Consiste nella perforazione trasversale delle rocce bituminose su cui poggia l’America attraverso un procedimento che comporta un grande consumo d’acqua, e per questo osteggiato dagli ambientalisti, ma che permette di raggiungere e perforare giacimenti soprattutto di gas naturale fino a ieri impenetrabili. Grazie al fracking gli USA sono ora tra i Paesi grandi esportatori d’energia. Impensabile fino all’altro ieri. John Archbold, l’uomo della Standard Oil Company che nel secolo scorso era pronto a bersi tutto il petrolio che fosse trovato al di fuori della Pennsylvania, vedi al punto 2, oggi poveretto dovrebbe bersi anche il gas del fracking.
LA PETROLCHIMICA
Fa giustamente accapponare la pelle vedere i mari inquinati dalle tonnellate di plastica. La colpa non è della plastica ma dell’uso sconsiderato e criminale che ne fa l’uomo. La plastica in mare o nei laghi o per le strade non ci finisce da sola ma perché qualcuno ce la getta. Così come i mozziconi, le cartacce e i vecchi materassi e mobili abbandonati sui marciapiedi delle città. L’indecenza è tutta e solo nostra. Senza dimenticare che dalla petrolchimica derivano molte delle medicine che ci salvano la vita. L’ ENERGIA ALTERNATIVA
Le ricerche su idrogeno, solare, biomasse, nucleare di 4^ generazione ecc sono in corso da anni anche dalle Compagnie oggi quasi ex petrolifere (la Shell p.e. ha chiuso in Olanda la raffineria di Pernis dove ora studia ed esperimenta le biomasse). È certo che in futuro dovremo comportarci come l’ambiente ci sta obbligando a fare. Non si deve però agire in fretta e nel panico, né senza averne valutato le gravi conseguenze sul piano sociale e occupazionale nel mondo intero. Il troppo presto sarebbe criminale come il troppo tardi. In medio stat virtus.


IN MEMORIA DI MICHELE IAIA (24/04/1946 - 10/12/2025)

1 - Il sole di Puglia
Era un giorno di piena primavera, il 24 aprile 1946, quando Michele Iaia vide la luce per la prima volta. La guerra era finita da poco, lasciando dietro di sé ferite profonde, ma anche un palpabile desiderio di ricominciare. Francavilla Fontana, la sua città natale in provincia di Brindisi, si svegliava lentamente in quel nuovo dopoguerra, tra il profumo aspro degli agrumeti e la terra rossa che sembrava non finire mai. Michele era il quinto figlio nato da Orlando Iaia e Maria Cosima Andriulo. Orlando, uomo nato nel 1908, portava con sé la saggezza dei campi e la tenacia di chi aveva imparato a trattare la terra come si trattava la vita: con rispetto e instancabile fatica. Maria Cosima, classe 1918, era il cuore pulsante della casa, un centro di forza e calore per quella famiglia che si faceva sempre più numerosa.
La casa degli Iaia, come molte in quel periodo, era un epicentro di voci, risate e lavoro. La vita scorreva scandita dai ritmi della giornata agricola e dalle necessità dei figli più grandi: Vincenza, Francesco, Maria, Tony. Michele, il terzo dei fratelli, cresceva in un ambiente ricco, non di ricchezze materiali, ma di legami indistruttibili. Crescere in un paese del Sud Italia negli anni '40 e '50 significava imparare presto il significato della parola sacrificio. La Puglia, con il suo sole implacabile e la sua storia millenaria, era una madre generosa ma esigente. Michele, con gli occhi curiosi di un bambino che sarebbe diventato poeta, assorbiva ogni dettaglio: il bianco accecante delle case, l'ombra delle colonne del Palazzo Imperiali, le feste patronali che riempivano le strade di musica e devozione. Eppure, sotto il sole di Francavilla, si agitava anche una verità scomoda: l'Italia si stava riorganizzando, e nel Sud le opportunità scarseggiavano.
La famiglia era grande, i sogni di Orlando e Maria Cosima per i loro figli andavano oltre i confini del paese. In quegli anni, migliaia di padri di famiglia si trovavano di fronte a una scelta difficile: restare e lottare con il poco, o partire verso un Nord industrializzato che prometteva lavoro e futuro. Il destino, per Orlando Iaia, era già scritto. Qualche anno dopo la nascita di Michele, la necessità economica divenne più forte del legame con la terra d'origine. Orlando prese la decisione più dura: lasciare il calore della Puglia per le fabbriche del Piemonte. Così, Michele, ancora troppo piccolo per capire appieno la gravità del momento, vide suo padre salutare e partire, con la promessa di trovare una nuova base e richiamare presto la sua numerosa famiglia. Il seme del grande viaggio, che avrebbe sradicato Michele dalla sua terra per farlo rifiorire altrove, era stato piantato. A Francavilla Fontana, la madre Maria Cosima stringeva i suoi cinque figli e aspettava la chiamata, pronta a smontare una vita per ricostruirne un’altra, centinaia di chilometri più a nord.

2 L'attesa e la chiamata del nord
La partenza di Orlando aveva lasciato un vuoto non solo emotivo, ma anche pratico nella casa di Francavilla Fontana. Per Michele, ancora in tenera età, il padre era diventato una figura che appariva e scompariva tra le parole sussurrate della madre e le fotografie sgualcite. Era una presenza forte, evocata, ma lontana, oltre l’orizzonte del Mezzogiorno. Maria Cosima, la donna che sarebbe diventata il faro di quella migrazione, gestiva la casa e i sei figli (Vincenza, Francesco, Maria, Tony, Giuseppina e Michele) con una fermezza che non tradiva mai l'ansia.
Il suo compito, ora, era quello di tenere salda la famiglia in attesa del segnale. Il loro unico ponte con il nord era la posta. Le lettere di Orlando arrivavano con regolarità, macchiate di inchiostro e promesse. Erano scritte sotto i cieli diversi del Piemonte, in un luogo che suonava esotico e quasi irreale: Castelnuovo Belbo, nelle colline dell'Astigiano. Orlando raccontava della fatica, dei turni massacranti, ma soprattutto, della possibilità di un futuro stabile che in Puglia era negato. Scriveva di aver trovato un lavoro e un alloggio, un posto abbastanza grande da accogliere tutti. La sua era una missione: costruire un nido provvisorio nel cuore del nord. Michele e i suoi fratelli pendevano dalle labbra della madre quando leggeva ad alta voce quei messaggi. Per loro, Castelnuovo Belbo era un luogo leggendario, fatto di fabbriche, forse neve, e un padre da ritrovare.
Il tempo dell'attesa non fu ozioso. Maria Cosima iniziò a preparare metodicamente il trasferimento. Non si trattava solo di fare i bagagli; si trattava di sradicare una vita intera: vendere, regalare, salutare per l'ultima volta i vicini, i parenti e gli ulivi. Sapeva che, per molti versi, quella sarebbe stata una partenza senza ritorno. Finalmente, a metà degli anni '50, arrivò la lettera decisiva. Orlando aveva preparato tutto. “Venite,” scriveva, “è il momento.”. La chiamata era giunta. Il dolore del distacco fu acuto, specialmente per Maria Cosima. Salutare i suoi genitori, i suoi fratelli, lasciare la pietra bianca che l’aveva vista nascere, fu uno strappo. Ma la forza della sua fede nella famiglia e nel futuro promesso dal marito era più grande di qualsiasi malinconia.
Il giorno della partenza, la scena era tipica di quegli anni di grande migrazione interna italiana: una madre coraggiosa, cinque bambini che si stringevano l'uno all'altro, e un assortimento di valigie di cartone e pacchi legati con la corda. Michele, pur essendo uno dei più piccoli, avvertiva l'aria solenne, il peso di quel commiato. Si avviavano verso la stazione, lasciando alle spalle i colori, i suoni e il profumo del sud. Il loro viaggio era un atto di speranza, una scommessa audace sul domani.

3 La carrozza della speranza
La stazione era un crocevia di destini. Salirono sul treno, forse di terza classe, affollato e caldo. Non era un viaggio da pochi chilometri; era una traversata dell'Italia, dal tacco alla testa, un esodo di centinaia di chilometri che trasformava i binari in un nastro d’acciaio che srotolava il destino. Per Michele e i suoi fratelli, il treno fu un’avventura. Nonostante la scomodità, la lunga marcia era piena di meraviglie: le città che sfrecciavano, i paesaggi che mutavano lentamente, il mare che si ritirava per lasciare spazio alle montagne. Ciascuno di loro si addormentava e si svegliava in un’Italia diversa. Maria Cosima vegliava sui suoi figli, dosando le provviste, assicurandosi che dormissero, e rispondendo con calma alle loro infinite domande. Era la loro ancora, la prova vivente che, finché erano insieme, il viaggio non era mai una fuga, ma un ricongiungimento.
Dopo giorni e notti di viaggio, il paesaggio cominciò a cambiare in modo significativo. I campi di ulivi e le assolate distese pugliesi cedettero il passo a colline più dolci e verdeggianti, coperte da fitti vigneti. L'aria divenne più fresca, più umida. Era l'Astigiano. L'arrivo fu in una stazione anonima, ma per Michele e la sua famiglia, era il luogo dove il sogno di Orlando si faceva realtà. Scesero dal treno stanchi, infreddoliti e un po’ disorientati dai dialetti che li circondavano. Ma non appena posarono i piedi sul selciato, videro Lui. Orlando Iaia era lì, riconoscibile nonostante il tempo e la distanza. L’abbraccio con Maria Cosima fu muto e profondo, il suggello di una promessa mantenuta. Poi fu il turno dei figli.
Lasciarono la stazione e si diressero verso la loro nuova casa a Castelnuovo Belbo. Il paese era molto diverso da Francavilla, più raccolto, incastonato tra le colline. Era un luogo di vino e di fatica, ma anche di forte comunità. Michele, il piccolo migratore, aveva lasciato un mondo per entrarne in un altro. Non sapeva ancora che questa nuova terra gli avrebbe donato la sua professione, le sue amicizie, la sua passione politica e, soprattutto, l'ispirazione per le poesie che avrebbe scritto. La famiglia Iaia, ora di nuovo al completo, si sistemò. Presto, due nuove vite sarebbero arrivate ad arricchire ulteriormente il focolare piemontese: Guglielmo (mio nonno) e Giovanna. Ma per ora, Michele e i suoi fratelli si godevano il ritrovato calore del padre, pronti a imparare i segreti della pietra e del Piemonte.

4 Castelnuovo e la pietra
L’impatto con Castelnuovo Belbo fu un misto di meraviglia e fatica. I bambini Iaia, abituati alla vivacità e al calore immediato del Sud, si trovarono immersi in un ambiente più riservato, ma non meno accogliente. Le colline del Monferrato, con le loro vigne ordinate e il susseguirsi di cascine, sostituirono l'orizzonte piatto e assalito dal sole della Puglia. La madre, Maria Cosima, si adoperò per ricreare l'ambiente familiare in casa, cucinando i sapori del Sud pur integrando i prodotti della nuova terra. Mentre i fratelli maggiori iniziavano a cercare lavoretti o frequentavano le scuole locali, il piccolo Michele, crescendo, si adattò rapidamente. Il dialetto pugliese si mescolava a quello piemontese, creando un linguaggio ibrido che testimoniava la sua doppia identità.
L'apprendistato del marmista
La vera svolta, e la definizione della vita adulta di Michele, arrivò con l'inizio del suo apprendistato. Orlando aveva trovato una strada per il figlio: il mestiere del marmista. Il lavoro si svolgeva a Nizza Monferrato, un centro più grande e dinamico, facilmente raggiungibile da Castelnuovo. Michele iniziò a frequentare la bottega, un luogo polveroso e rumoroso dove il tempo era scandito dal taglio della pietra. Quello del marmista non era un mestiere semplice; richiedeva forza fisica, precisione millimetrica e, soprattutto, una sensibilità artistica non comune.
La pietra, che fosse marmo di Carrara o granito locale, era un materiale vivo, duro e freddo, che doveva essere domato per assumere la forma desiderata: un davanzale, una lapide, un elemento decorativo. Michele scoprì di avere un talento naturale per quel lavoro. Le sue mani, che un giorno avrebbero tenuto la penna per scrivere versi, impararono prima a maneggiare lo scalpello e la sega. Nella polvere della bottega, sviluppò la pazienza e la meticolosità che sono spesso i tratti distintivi di chi è destinato a creare qualcosa di duraturo. Il suo lavoro non era solo fatica; era un modo per plasmare la materia, per lasciare un segno indelebile, un concetto che in futuro si sarebbe rispecchiato nella sua poesia.
La famiglia si completa
Mentre Michele si formava come artigiano, la famiglia Iaia continuava ad allargarsi, suggellando definitivamente il legame con la terra d'adozione. A Castelnuovo Belbo nacquero gli ultimi due fratelli: Guglielmo e Giovanna. La casa di Orlando e Maria Cosima, già affollata e piena di vita, si riempì di nuovi pianti e risate. Michele, che era già arrivato bambino, si trovò ora nel ruolo di fratello maggiore per i nuovi nati piemontesi. Questa differenza generazionale — i primi cinque nati sotto il sole di Puglia e gli ultimi due sotto il cielo piemontese — rafforzò l’identità unica della famiglia Iaia: un ponte vivente tra due culture, due lingue e due geografie.
La famiglia era coesa, forte della lezione impartita dai genitori: la fatica era necessaria, ma l'unità era la vera ricchezza. Michele, lavorando la pietra a Nizza, contribuiva al bilancio familiare e, allo stesso tempo, gettava le basi per la sua indipendenza e il suo radicamento nella comunità astigiana. Il suo cuore era ora diviso: le radici pugliesi non si sarebbero mai recise, ma l'identità del marmista di Nizza Monferrato, con la polvere di pietra nei capelli, era ormai forgiata.

5 Festa e impegno: il cuore civico di Castelnuovo
Se il mestiere di marmista a Nizza Monferrato rappresentava il lato duro e concreto della vita di Michele Iaia, il suo impegno a Castelnuovo Belbo ne rivelava l'anima sociale e passionale. Per gli Iaia, l'integrazione non era stata solo un fatto geografico o linguistico, ma una partecipazione attiva alla vita del paese. Michele non era un uomo che si accontentava di lavorare e tornare a casa. Portava con sé l'energia e la voglia di fare tipiche di chi ha dovuto lottare per crearsi un posto nel mondo. La sua partecipazione si concentrò presto nell'organizzazione della Festa dell'Unità a Castelnuovo Belbo.
L'organizzatore instancabile
La Festa dell'Unità era molto più di un semplice evento politico; era il momento culminante dell'anno per la comunità. Era un luogo di incontro, di dibattito, di ballo e, soprattutto, di grande solidarietà. In una valle dove la vita era spesso dura, la Festa era l'occasione per alleggerire lo spirito e rafforzare i legami. Michele si buttò a capofitto in questa impresa.
Non era solo un esecutore, ma un vero e proprio organizzatore instancabile. Si occupava della logistica, della gestione degli spazi, dell'allestimento dei banchetti e dei rapporti con i volontari. La sua capacità di unire le persone, di trasformare l'energia pugliese in efficienza piemontese, lo rendeva un pilastro dell'evento. Dietro a ogni piatto servito e a ogni lampadina accesa in quel campo festa, c'era la sua dedizione. Questo ruolo non solo lo radicò profondamente nella comunità di Castelnuovo, ma gli permise anche di esprimere i suoi ideali, offrendo il suo tempo per una causa in cui credeva fermamente.
Il ponte tra due culture
Il suo attivismo era anche un modo per onorare il viaggio fatto. La famiglia Iaia, con le sue origini meridionali, divenne un simbolo vivente della forza della migrazione. Michele e i suoi fratelli portavano il calore e la generosità del Sud in una festa che era espressione pura della comunità locale. Era un ponte: con un braccio si occupava della dura e fredda pietra di Nizza Monferrato, con l'altro abbracciava la sua nuova vita, tessendo relazioni e costruendo appartenenza a Castelnuovo.
Nel frattempo, la famiglia continuava a crescere attorno a lui. Guglielmo e Giovanna, i fratelli nati al Nord, vedevano in Michele un esempio di integrazione riuscita. I genitori, Orlando e Maria Cosima, osservavano con orgoglio come il loro sacrificio migratorio stesse portando frutti: non solo lavoro, ma una piena accettazione e un ruolo di leadership per il loro figlio.
L'esperienza di organizzare la Festa dell'Unità plasmò in Michele una profonda consapevolezza della dignità del lavoro e del valore della solidarietà. Erano valori che non tardarono a trovare un'altra via d'espressione, più intima e personale, che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita: la poesia. La sua anima, temprata dalla fatica del marmista e dall'impegno civico, era pronta a trovare nel verso la sua forma più alta. Direzione futura: Ora che abbiamo coperto il lavoro e l'impegno sociale, il prossimo passo naturale è concentrarsi sulla sua passione letteraria.

6 L'inchiostro e l'anima: il Poeta del Monferrato
Michele Iaia aveva trovato il suo equilibrio tra la polvere di marmo e le responsabilità civiche. Eppure, in un angolo tranquillo della sua anima, vibrava un bisogno inespresso, un desiderio di catturare e fissare in modo diverso la bellezza e la fatica che lo circondavano. Lavorava la pietra, materiale eterno, ma sentiva l'urgenza di lavorare anche con le parole, materia immateriale, per rendere eterna l'emozione. Fu così che, tra gli anni di maturità, emerse la sua vocazione di poeta.
Cortiglione, musa silenziosa
Michele si era stabilito a Cortiglione, un paese incastonato in quelle colline astigiane che erano diventate la sua casa. Il paesaggio cortiglionese, con i suoi profili morbidi, i filari di vite che disegnavano geometrie perfette e le nebbie mattutine, divenne la sua Musa. Non era la violenza luminosa della Puglia a ispirarlo, ma la quieta, dignitosa bellezza del Monferrato, che richiedeva pazienza e un occhio attento per essere compresa.
Le sue poesie erano specchio fedele della sua vita. Non erano versi astratti o distaccati, ma composizioni radicate nella realtà quotidiana. Parlava del paese che lo aveva adottato, descrivendo il succedersi delle stagioni, l'odore della terra bagnata e il lavoro instancabile della gente. In ogni verso si percepiva il rispetto dell'emigrato per la terra che gli aveva dato una seconda possibilità.
Versi per i genitori e le radici
Se il paesaggio era la tela, la sua famiglia e le sue radici erano i colori più vivi. Gran parte della sua produzione poetica era dedicata ai suoi genitori, Orlando e Maria Cosima. Nei versi indirizzati al padre, Orlando, si poteva leggere la gratitudine per il coraggio di lasciare tutto e l'ammirazione per la fatica del migrante, che aveva dovuto piegare la schiena sotto un cielo straniero per garantire un futuro ai suoi nove figli. La poesia si faceva monumento alla dignità del lavoro e del sacrificio. Le poesie dedicate a sua madre, Maria Cosima, erano intrise di un affetto ancora più profondo e struggente. Lei era la sua radice in movimento, la custode delle memorie pugliesi, l'ancora che aveva tenuto unita la famiglia durante il viaggio e l'integrazione. Era la sua terra d'origine, racchiusa in una persona.
Attraverso la poesia, Michele realizzava la sintesi perfetta della sua identità: il Pugliese che non dimenticava mai il sole di Francavilla Fontana; il Marmista che sapeva come la tenacia potesse trasformare un blocco di materia; il Monferrino d'adozione che amava e celebrava la tranquillità operosa di Cortiglione.
Le sue composizioni venivano lette in famiglia, tra gli amici, e spesso pubblicate su bollettini locali. Non cercava la fama letteraria, ma l'espressione autentica. La poesia era il suo respiro, il modo in cui Michele Iaia, il marmista e l'organizzatore di feste, si svelava come un uomo di profonda sensibilità e riflessione. Era la sua eredità emotiva, un ponte tra la durezza della pietra e la morbidezza del cuore.

7 Il tempo delle perdite e la memoria eterna
Con l'avanzare degli anni, la vita di Michele Iaia, come quella di ogni uomo, fu segnata non solo dalle conquiste e dalle gioie, ma anche dall'ineluttabile ciclo della perdita. La grande famiglia che si era ricostituita nel Piemonte, unita dalla volontà e dalla fede dei suoi capostipiti, vide progressivamente sfaldarsi la sua prima generazione.
L'addio ai pilastri
Il primo, doloroso addio fu quello al padre, Orlando Iaia. L'uomo che aveva avuto il coraggio di partire per primo, che aveva gettato le basi della nuova vita a Castelnuovo Belbo, si spense nel 1997. La sua morte lasciò un vuoto profondo. Per Michele, il padre era stato il simbolo della tenacia e della responsabilità. Nella sua poesia, Orlando era l'archetipo dell'uomo del lavoro, colui che aveva garantito il futuro con il sudore della fronte.
Sette anni più tardi, nel 2004, Michele dovette affrontare un dolore ancora più lancinante: la scomparsa della madre, Maria Cosima Andriulo. Lei non era solo una genitrice; era il punto di raccordo tra il passato pugliese e il presente piemontese. Era la custode dei ricordi, la donna che aveva guidato la migrazione con coraggio e amore. La sua assenza ruppe il legame più forte con la terra d'origine, anche se i suoi insegnamenti e la sua presenza rimasero vividi nella memoria di tutti i suoi nove figli. Per Michele, il poeta, il dolore si trasformò in inchiostro. I versi scritti in questo periodo erano i più intimi e commossi, vere e proprie elegie alla memoria dei due pilastri che avevano sorretto l'intera impalcatura familiare.
La catena dei fratelli
Negli anni a seguire, la famiglia Iaia continuò a restare unita, forte del patto non scritto che i genitori avevano sigillato con il loro sacrificio. Michele era ora uno dei membri più anziani, un testimone del viaggio e della storia familiare. Purtroppo, la catena dei fratelli subì una lacerazione nel 2022, con la morte della sorella Giuseppina. Ogni perdita era un monito al tempo che scorreva inesorabile e un invito a onorare il presente.
Michele, circondato dai suoi sei fratelli e sorelle ancora in vita (Vincenza, Francesco, Maria, Tony, Anita, Giovanna e Guglielmo), si faceva sempre più portavoce delle memorie condivise. La sua vita in questi anni era un inno alla resilienza. Continuava a lavorare la pietra, a partecipare alla vita della sua comunità di Cortiglione, ma soprattutto, continuava a scrivere. La poesia divenne il luogo dove il tempo si fermava, dove le persone amate non morivano mai, ma vivevano per sempre nel ritmo dei versi, tra le colline del Monferrato che avevano imparato ad amare. Michele era ormai un uomo anziano, con la saggezza di chi aveva visto molto, le mani segnate dalla polvere di marmo e l'anima ricca delle storie di una grande migrazione. L'ombra del grande viaggio degli anni '50 si allungava ormai sul suo cammino finale.

8 L'ultimo saluto
Il calendario segnava il 10 dicembre 2025. Il cuore di Michele Iaia, il marmista, il poeta e l'organizzatore di feste, smise di battere. Aveva compiuto 79 anni, e si era spento nell'ospedale di Asti, la città che aveva fatto da capitale alla sua lunga e operosa vita piemontese. La sua scomparsa, pur avvenendo in età avanzata, lasciò un vuoto immenso in tutti coloro che lo avevano conosciuto: la sua vasta schiera di fratelli, i nipoti, i cugini, e l'intera comunità di Castelnuovo Belbo e Cortiglione, che lo considerava ormai uno dei suoi figli più illustri per adozione.
Michele aveva attraversato quasi otto decenni di storia italiana, incarnando in sé il grande esodo dal Sud al Nord, l'impegno nel lavoro artigiano e la rara sensibilità dell'artista. La sua vita era stata una scultura: un blocco di materia grezza (la partenza da Francavilla) lavorato con dedizione (il marmista) e infine rifinito con i dettagli più preziosi (la poesia). La notizia della sua morte si diffuse velocemente. Molti ricordarono il suo instancabile lavoro alla Festa dell'Unità, la sua presenza solida, il suo sorriso pronto. Altri, specialmente in famiglia, rileggevano in silenzio i suoi versi, trovando conforto nelle parole che lui stesso aveva scritto sul tempo che passa e sul significato del legame.
Il ritorno a casa
Secondo le sue volontà, le spoglie di Michele non intrapresero un ultimo viaggio verso la lontana Puglia. La sua ultima dimora doveva essere la terra che aveva amato e descritto con tanta passione: il Monferrato. Si scelse la cremazione, e le sue ceneri furono tumulate nel cimitero di Cortiglione, il paese che aveva ispirato le sue più belle poesie. E in quel gesto finale si compì un ricongiungimento di profondo significato. Le ceneri di Michele Iaia furono deposte vicino a sua madre, Maria Cosima Andriulo. Lì, sotto il cielo piemontese, riposavano insieme il figlio migrante e la madre coraggiosa, uniti per sempre in quel luogo che era diventato il vero, definitivo approdo di una famiglia iniziata sotto il sole di Francavilla Fontana.
La storia di Michele Iaia non si concludeva con il silenzio, ma con l'eco delle sue parole. Era l'omaggio di un uomo che aveva trovato nella bellezza delle colline astigiane la sua casa, e nella poesia il modo per rendere immortale il suo amore per le sue radici, per la sua famiglia e per la dignità del vivere.
Zio spero che da lassù questo ricordo lo apprezzerai moltissimo. Resterai sempre nel mio cuore
Lorenzo Iaia

Giunti alla fine della biografia ecco a voi alcune poesie e versetti in cui mio zio parla della sua famiglia, di Francavilla, dei paesaggi del Monferrato e dei suoi genitori.

“...Finalmente un mattino mi decisi. Appena alba, presi cammino per la piana del Tanaro tra alti arbusti, canneti e acquitrini stagnanti. Cervi, lonze, cinghiali e lepri mi facevano compagnia traversando ratti il cammino per poi trovare rifugio nella macchia lungo le rive. L’aria era particolarmente fredda. La nebbia stendeva un pesante mantello umido e il sole stentava a far capolino. Mentre procedevo a passo lesto, uno stormo di corvi gracchianti risalì, in formazione radente, dalle acque limacciose del fiume sfiorandomi il capo. Colto di sorpresa, trasalii per un attimo. Gli animali erano sbucati improvvisi e altrettanto improvvisamente furono inghiottiti dalla bruma. Per un tratto mi accompagnò la figura mastodontica del castello dei marchesi Incisa della Rocchetta e il tratteggio delle capanne abbarbicate sul colle su cui era appollaiato. Dopo un’antica edicola alla Vergine, sfiorando un minuscolo borgo, m’immersi nell’intricata selva che s’inerpicava verso la sommità dei Brondoli, un avamposto fortificato dei signori di Corticelle. Quindi resi ancora più celere il cammino avventurandomi per sinuose scorciatoie che scendevano a valle tra alte piante di acacie e flagelli spinosi, finché non intravidi un vecchio seduto su un tronco riverso tra i cespugli riarsi di una ripa...”

“Fra Gaudenzio, invece, giurava e rigiurava che si trattava di un vero santo: - vi assicuro, per bocca sua parla lo Spirito Santo in persona. – si ripeté più volte attirandosi gli sguardi commiserevoli della marchesa. Vatti a capire la dritta. Era certo invece che si trattava di un curato della Marna che, dopo una giovinezza scioperata, dedita a ogni stravizio, aveva trovato la sua via di Damasco improvvisamente, proprio a seguito di una rovinosa bastonatura per una banale vicenda di corna. Insomma, un marito non contento lo aveva ridotto, a furia di mazzate, quasi in fin di vita. Ora, folgorato appunto dalla fede, ne era diventato il più zelante campione. Vestito di stracci, con una sbrindellata bisaccia a tracollo e un crocefisso di legno sul petto, viveva a bordo di un macilento somaro nutrendosi di radici, pane secco o degli avanzi di cucina che riusciva a raccattare nel suo continuo apostolato. Predicava in ogni dove, nelle chiese, nelle piazze e persino nelle taverne e nei bordelli, preso dall'uzzolo santo di portare tutte e tutti alla salvazione eterna. Essendo quasi analfabeta, i suoi sermoni erano quanto di più sconclusionato si potesse immaginare, ma aveva l'accortezza di caricarli di toni minacciosi, apocalittici.”

AMORE
Alle signore della piazza virtuale/Egle, ascolta la voce del vento/nel lamento dei pioppi feriti/è come vetusta viola tremula/che canta stagioni perdute/o nostalgie di amori improvvisi/come la folgore che si scioglie/sulle gote del Bergarino attonito/inseguita dal tremito del tuono/un urlo di lamiera spezzata/nel buio di singhiozzi arcani.

“Tornai a prendere cammino. Ormai il sole era alto e tiepidi raggi filtravano tra i rami delle querce e delle acacie. Nella selva alcune donne e dei bambini raccoglievano ramaglia secca racchiudendola poi in corpose fascine. Una cavalla pascolava indifferente sotto un pioppo. Più lontano, un raglio d'asino e pigri belati di gregge inseguiti da insistenti ringhi nervosi e richiami di pastori. Presi fiato accanto a una piccola sorgente. Sulla costa della collina un boscaiolo abbatteva delle acacie, forse per farne legna da ardere. Quasi come in un rito, poggiato sulla sommità del manico di una scure, studiava con consumata perizia la parte verso la quale desiderava che la pianta cadesse. Poi inumidiva le mani con la saliva per aumentarne le capacità prensili; dava inizio all'opera. Dapprima praticava un piccolo intaglio alla base del tronco per indirizzarne la caduta, quindi si spostava dalla parte opposta e colpiva con potenti colpi spandendo intorno a sé scaglie di legno giallastro e rompendo la tranquillità della valle con il ritmico battito del suo arnese. Infine, l'acacia colpita a morte, tremando alla cima, caracollava per alcuni lunghi secondi poi crollava al suolo tra uno strepitio di rami spezzati come stormire d’improvvisa valanga. Subito due ragazzi accorrevano con delle roncole e altri strumenti taglienti per denudare e rendere a tocchi il lungo fusto. Dopo separavano in bell’ordine i rami dai pezzi più grossi. E il rito ricominciava.”

Francavilla Fontana
Nel sangue ho una città/che mi strugge il cuore./È là nel Salento/su una terra di ulivi./Città rossa di giorno/e, a sera, scintillazione/di stelle, una stella/per ogni vivo, come,/in amore, un fiore/per ogni fanciulla./Città cui nulla/nemmeno la morte/mai mi ricondurrà./L'ho perduta.

Saudade
Cessa il ruggito della trebbia/si cheta il fragore delle voci./Ora è sussurro/come tremito di fili d’erba/a breve brezza./Il sudore sulla pelle/s’aggruma./I vinchi dei salici/tremano/per il respiro del Tanaro./La Riboldona/è in una trama bruna./Non c'è vento./Il cielo si compatta./Nella peschiera/cresce il corno della luna/tra una corte di stelle. Questa notte/dormiremo sulla paglia/sognando di fanciulle/in candori di pizzo.

“Il banchetto durò a lungo. E, fatta eccezione per le insistenti sentenze del domenicano e la parentesi di Folco, non si parlò di questioni di gran peso politico o religioso. In realtà tutte le attenzioni dei commensali erano affidate, oltre che al cibo e alle abbondanti bevute, a un'orchestrina che spiattellava in un angolo accanto al focolare alternandosi con le capriole di due buffoni o le canzoni di un poeta provenzale che rendeva acquosi gli occhi delle fanciulle; per le cose di sostanza ci sarebbe stato tempo l'indomani, alla quinta ora, tra uomini, sotto la robusta regia di Francesco. Era il marchese, non aveva bisogno di tanti fronzoli. Decideva lui.”

“Non mi era mai capitata ospitalità in un castello, meno che mai di quelle dimensioni, e ciò m'incuriosiva moltissimo. Già da subito ebbi l'impressione che racchiudesse un vero e proprio microcosmo economico e sociale autosufficiente. Infatti, da quello che seppi in seguito, ospitava parecchie centinaia di persone, ognuna con compiti e funzioni precise, stabilite dal Signore, di fatto, la figura di preminenza assoluta assommando in sé tutti i poteri e le funzioni politiche, economiche e giudiziarie proprie di una comunità pur piccola. Nel marchesato era il solo a impartire ordini e il solo a non riceverne poiché il suo diretto superiore, l’imperatore, era lontano e su di lui non esercitava, in concreto, alcun controllo. Era pur vero che il vincolo di sudditanza l'obbligava in caso di guerra ad accorrere in suo aiuto e in tempo di pace a versargli un tributo. Ma anche queste ultime forme di vassallaggio si erano affievolite nel tempo, fino a diventare puramente simboliche.”

“Il sole scivolava lentamente verso montagne lontane ornando l’orizzonte di cirri di porpora e d’oro. Nel fondovalle spirava una brezza già pungente sotto un velo di leggerissima nebbia. Affrettai il passo. Arrancando per l’erta che saliva per una stretta gola verso l’altura sullo sfondo, un gregge ritornava all’ovile, accompagnato dai comandi perentori dei pastori e dai guaiti ringhiosi dei cani. Alcune pecore si attardavano a brucare qualche ciuffo d’erba, o, reggendosi sulle gambe posteriori, ad avviluppare con le lunghe lingue rosee le punte più tenere dei rami che si offrivano lungo il loro brulicante procedere. Una fila di donne avanzava a fatica sul ridotto sentiero reggendo sul capo fascine o pesanti giare d’acqua, contornate da un nugolo di mocciosi che si rincorrevano vocianti. Dei villici risalivano reggendo ansanti gli arnesi da lavoro sulle spalle ricurve. Uno stormo di merli ci sorvolò chioccolando. I comignoli sulla costa della collina già disegnavano sottili veli di fumo. Più in alto, voci cristalline di bimbi, richiami accorati di madri e muggiti di stalle. Infine la figura mastodontica di un castello. Sulla cima del maschio sventolava lo stemma dei signori del luogo, circondato da un cenno di macabri manichini. Da un torrione laterale lampeggiò il candido volto di una giovane donna”

Grazie zio, Lorenzo Iaia


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